Il lavoro mortifica l’uomo

Ebbene sì, il saggio motto “Il lavoro nobilita l’uomo” sembra giunto inesorabilmente ad un vicolo cieco. Svuotato di senso e di significato è ora diventato il suo opposto.

Il lavoro ha smesso di essere mezzo e luogo di autorealizzazione, sviluppo personale, sperimentazione, apprendimento ed evoluzione, oltre che fonte di guadagno e sostentamento.

E’ ora diventato luogo di umiliazione e mortificazione, neppure più giustificato da un guadagno. Si lavora per due soldi o nessun soldo, muniti di titoli e professionalità ci si piega a condizioni di precarietà, illegalità e frustrazione. Unica scelta possibile se non si vuole rinunciare ad esercitare quelle competenze acquisite in anni di studi.

Ci si mette in fila con gli altri, una fila dove la maggior parte abbassa la testa e accetta quel che gli concedono senza lamentarsi. In fondo fare gavetta è giusto, si ripetono per autoconvincersi. E intanto gli anni passano senza essersi mai resi davvero indipendenti o vivendo di lavoretti che non permettono di costruirsi la serenità di cui ognuno ha bisogno.

Si perde di vista il motivo essenziale per cui si lavora. Lavorando si rinuncia a diverse ore settimanali del nostro tempo per poterne avere altre in cui essere davvero liberi. Di fatto quelle altre ore rimangono limitate, imprigionate, povere di mezzi, mortificate.

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Una generazione confusa, delusa ed inutilizzata

Alcuni l’hanno soprannominata generazione Y o GYPSY,  la generazione dei nati negli anni ’80 e ’90, cresciuta in un clima ottimistico, di grandi aspettative e di generale benessere.

Gen GYPSY 

Rimpolpati da genitori che hanno ottenuto un buon livello di vita, sono stati educati all’essere ambizioni, al perseguire obiettivi di alto livello. Una generazione che fin dalla più tenera infanzia si è creduta speciale, aspirando a posizioni di successo, guadagno e agio.

Ovviamente tutto questo non veniva preteso senza sforzi e impegno. Gli è stato insegnato che studiando, mostrando il proprio valore e costruendosi un curriculum invidiabile avrebbero raggiunto quel che i loro padri solo potevano sognare. Professioni di nicchia, una volta per pochi, sono state per la prima volta considerate raggiungibili: pilota, astronauta, architetto ecologista, scrittore, archeologo, per dirne alcuni. Professioni da sognatori, per pochi fortunati e sperabilmente meritevoli.

Da ben distinguere dall’avere dei sogni nel cassetto, leciti e per i quali è giusto investire energie. In questo caso si parla del perseguire obiettivi che non sono alla propria portata, per una mera convinzione di superiorità non riscontrabile nella realtà circostante.

E così, una generazione cresciuta sognando in grande si trova a vivere in piccolo, in un mondo mutato, complesso e in recessione. In cambiamento continuo verso scenari imprevedibili, in un clima di irrequietezza e mutevolezza incomprensibile, fuori controllo.

Una generazione senza senso pratico, dipendente, senza dignità. Dove c’è chi spesso preferisce un non lavoro, rimanendo coccolato a casa con mamma e papà, ad un lavoro che non considera alla sua altezza, in cui non si sente valorizzato ed elogiato come si aspetterebbe.

E’ in atto una silenziosa guerra intergenerazionale in cui i giovani, sempre meno giovani, si arrendono ad una condizione di esodati ancor prima di essere assunti. Dopo anni di studi universitari stimolanti, in un ambiente di festa, culturalmente arricchente e totalmente distaccato dal mondo lavorativo, si ritrovano preparati per posizioni lavorative inutili nella realtà al di fuori di quella universitaria, una realtà contro cui sbattono dolorosamente, costretti a rivedere tutto il loro bagaglio di sogni, aspirazioni e aspettative idealiste.

Dall’altro lato la generazione dei genitori, delusa nel vedere che gli investimenti per un potenziale futuro prospero hanno portato a scarsi risultati e che sentendosi colpevole protegge, asseconda, accetta la pigrizia di una generazione che non vuole fare da sé, che rimane dipendente, pretende che quelle promesse di bambino vengano mantenute.

 

Anti-femminismo

Di recente ha cominciato ad espandersi un nuovo movimento di donne, per lo più giovani e giovanissime, che critica il femminismo, lo ritiene superato e soprattutto immotivato nella società contemporanea.

http://womenagainstfeminism.tumblr.com

Nel guardare questa serie di immagini di giovani donne che mostrano orgogliosamente il loro cartello di protesta e nel leggere i loro messaggi rimango perplessa ed anche sconvolta per alcuni di essi.

Prima di tutto il messaggio del femminismo è stato totalmente travisato e la stessa immagine della femminista (o del femminista, visto che l’ideologia non è solo di un gruppo di donne) è associata ad una single androgina, disgustata dagli uomini e dai modi aggressivi. Io ho interiorizzato e appoggio il femminismo interpretandolo come rifiuto degli stereotipi di genere, non come una crociata anti uomo in quanto (appunto secondo stereotipi) aggressivo, violento e sopraffattore.

I messaggi nelle foto rivendicano la famiglia tradizionale, il ruolo tradizionale della donna all’interno della famiglia di madre e moglie devota, il desiderio di essere protetta e trattata come essere delicato e fragile, la scelta osannata di poter rimanere a casa con i propri figli e non dedicarsi alla carriera. Persino l’apprezzamento per fischi e commenti urlati da un auto di passaggio.

Mi sembra proprio che ci sia una gran confusione. Premetto che non giudico una donna che sceglie di restare a casa con i propri figli e che desidera costruire una famiglia in senso tradizionale, nonostante non faccia parte dei miei desideri. Il problema non si pone per queste donne o ragazze che preferiscono questo genere di vita ma per le altre che hanno ottenuto – con anni di lotte e rivendicazioni di moltissime donne – di poter scegliere una vita diversa, di non doversi sentire giudicate se non desiderano una famiglia, non vogliono avere dei figli, sperano di costruire una carriera e realizzarsi nel lavoro, di essere lavoratrici ed eventualmente madri. Il femminismo ha permesso di poter fare tutto questo senza essere guardate con disprezzo, isolate o giudicate meno donne rispetto allo stereotipo di moglie e mamma accogliente.

Alcune di loro si riferiscono a differenze evidenti e sostanziali tra uomo e donna. Si parla di forza e ovviamente della naturale designazione di donna come generatrice e madre. Affermare che un uomo e una donna siano stati creati con capacità diverse è per me estremamente offensivo, porta una bambina e una donna ad interiorizzare ed esternare atteggiamenti propri del suo sesso, per interpretare le aspettative sociali.

Un uomo è – generalmente – fisicamente più forte di una donna ma intellettualmente le capacità e intelligenze sono distribuite equamente e non sono io ad affermarlo ma chi di queste cose se ne intende davvero.

Mantenere alta l’attenzione su questi temi, oggi come ieri, è importante perché, in una società che possa definirsi evoluta, è fondamentale che le differenze individuali vengano valorizzate e non stereotipate. Imporre un’etichetta, in questo caso di genere, a cui si associano caratteristiche standard e aspettative stereotipate è facilissimo e ci riporterebbe all’improvviso indietro di generazioni. Questo movimento sembra rifiutare anni di lotte, di sforzi individuali e collettivi, oltre a ridicolizzare chi ci ha creduto fortemente e continua a sostenere la causa. Il tutto è portato avanti da donne che hanno ottenuto la libertà di scegliere gratuitamente, senza alcuno sforzo.

Queste donne hanno la fortuna di non aver vissuto sulla loro pelle le limitazioni imposte dalla società a causa di una mera appartenenza di genere, limitazioni che tutt’ora in molti paesi moltissime donne vivono quotidianamente. Il fatto che loro vogliano dei gentleman che aprano loro la porta, paghino per loro il conto, le mantengano e fischino dietro ad un abbigliamento provocante lede il mio diritto e quello di molte altre donne che al contrario non desiderano sentirsi fischiate (come si farebbe ad un cane) o ritenute attraenti e femminili solo se si indossano vestiti provocanti, si hanno unghie smaltate o capelli perfetti.

Basti pensare a tantissime trasmissioni che vanno in onda quotidianamente, come “Plain Jane” o “Cambio vita… mi ha lasciato”, in cui per essere donne attraenti l’immagine è tutto. Il messaggio che passa è che finché una donna non impara a valorizzarsi esteticamente non viene nemmeno notata e che la sua rinascita da nuova single quarantenne passi attraverso i ritocchini del chirurgo plastico. Per avere le attenzioni dell’amico di sempre, di cui si è segretamente innamorate da anni, si deve ricorrere ad un vestito costoso, tacchi ed un trucco impeccabile, cosicché all’improvviso lui abbia un’illuminazione e si accorga di quanto tu sia bella e femminile.

Mentre una volta una donna doveva attenersi ad una vita ritirata, ad un atteggiamento morigerato e sottomesso nei confronti delle figure maschili, o evitare comportamenti disonorevoli che mettessero a repentaglio il suo onore, la donna contemporanea sembra aver perso quell’onore così inteso e si trova nella posizione opposta, quella di proporsi come oggetto di desiderio, piacere, consumo e guadagno.

Abbiamo conquistato un’emancipazione della nostra femminilità che ci porta a doverla esibire, ad esaltare atteggiamenti seduttivi per emergere, sfruttarla per ottenere successo, denaro e favori.

A mio parere siamo lontani anni luce dal parlare di equità che presupporrebbe libertà di essere e agire assecondando la propria individualità, di non essere discriminato o etichettato, di poter essere prima di tutto considerato in quanto individuo e non – in modo stereotipato – solo come uomo o donna.

Rinnegare le ideologie che hanno costruito e portato ai diritti che oggi diamo per scontati mi fa pensare alla scarsa consapevolezza che queste donne hanno della loro libertà.

(In)eguaglianza, ma di che cosa?

Nella condizione di privilegiati difficilmente si è consapevoli. La condizione fortunata è ritenuta dovuta, meritata ed intoccabile, anzi spesso persino incompleta. L’aver goduto di una vita agiata e facilitata accresce il desiderio di perpetuare i propri privilegi, proteggerli con ostinazione, aumentarli.

Si pretende, come fosse un diritto naturale.

Si vive una realtà falsata, non si comprende la difficoltà altrui o si decide di ignorarla.

Nello svantaggio la prospettiva è opposta. Può oscillare tra l’invidia, l’accettazione e l’amarezza di una vita faticosa che si vorrebbe cambiare ma che a volte si riesce solo a non peggiorare.

Di quale ineguaglianza stiamo parlando?

Denaro, proprietà e quindi possibilità di scelta, di realizzazione. Di certo.

Ma forse, ad essere ineguali sono le prospettive, le aspettative, le pretese.

“La libertà di condurre diversi tipi di vita si riflette nell’insieme delle combinazioni alternative di function­ings tra le quali una persona può scegliere; questa può venire definita la «capacità» di una persona. La capacità di una persona dipende da una varietà di fattori, incluse le caratteristiche personali e gli assetti sociali. Un impe­gno sociale per la libertà dell’individuo deve implicare che si attribuisca importanza all’obiettivo di aumentare la capacità che diverse persone posseggono effettivamente, e la scelta tra diversi assetti sociali deve venire in­fluenzata dalla loro attitudine a promuovere le capacità umane. Una piena considerazione della libertà indivi­duale deve andare al di là delle capacità riferite alla vita privata, e deve prestare attenzione ad altri obiettivi della persona, quali certi fini sociali non direttamente collega­ti con la vita dell’individuo; aumentare le capacità uma­ne deve costituire una parte importante della promozio­ne della libertà individuale.” (Sen, 1997)

L’identità collettiva vacante

Sabato pomeriggio. Bologna, Piazza Maggiore.

Un uomo, uno sgabellino, dei quotidiani e qualche libro.

Una folla casuale si raduna. Alcuni passanti incuriositi si fermano. Molti indugiano per ascoltare, qualcuno interviene, molti osservano per qualche istante e poi si allontanano.

 

Il mediatore conduce un dibattito. Propone un nuovo risorgimento, un risorgimento di popolo, per liberarsi dall’oppressione di quella che definisce una dittatura mascherata da repubblica.

Gli interventi si susseguono, si accavallano, sovrappongono. Alcuni sono inerenti altri poco azzeccati. Per molti non c’è abitudine all’ascolto né al ribattere rispettoso.

Emerge un leitmotiv che stranamente non è l’insoddisfazione nei confronti dell’attuale situazione economica e politica. Quello è il motivo per cui la folla si raccoglie. Ma il problema che appare a tutti evidente è la totale assenza del senso di comunità e collettività, la prevalenza degli interessi del singolo sul bene comune, della sopraffazione sul senso di cittadinanza.

 

Italia, paese diviso, paese corrotto dove il malaffare è cosa di tutti. Dei politici, delle caste e soprattutto del cittadino qualunque. Appare integrato nella cultura, sembra uno dei pochi elementi che tristemente ci accomuna.

 

Costruire per prima cosa un noi, un senso di appartenenza, che conduca ad un’azione collettiva e condivisa è l’obiettivo. Per ora rimane solo l’utopia di una ristretta e confusa massa casuale di passanti, dalle visioni avveniristiche catastrofiche eppure preoccupantemente realistiche.

Uomini maestri, donne elettriciste

Voglio cominciare questo blog con un argomento che mi sta particolarmente a cuore: l´influenza del genere nella scelta del percorso professionale.
Tempo fa alcune università avevano messo a disposizione delle borse di studio per incentivare l’iscrizione delle ragazze a facoltà tecniche o scientifiche. Mi chiedo come mai lo stesso non sia stato fatto per i corsi di laurea che formano i futuri insegnanti.
E’ ben noto e sotto gli occhi di tutti che da decenni il mestiere di insegnante è dominato dalle donne. Trovo che una tale situazione svilisca la professione, non perché le donne non siano educatrici efficaci ma perché rispecchia un’idea di insegnamento quale professione part-time che permette di conciliare vita lavorativa e familiare prima che di importante ruolo formativo e di guida per le nuove generazioni. Inoltre, una maggioranza femminile nell’insegnamento crea un binomio pericoloso donna-accudimento esimendo (e giustificando) l’uomo nella sua assenza, come se tali compiti non gli appartenessero per natura.
Come può essere affidato un tale compito solo e quasi esclusivamente alle donne? Credo si stia facendo un errore di fondo non fornendo ai giovani studenti la possibilità di relazionarsi con figure autorevoli dedite all’insegnamento e appartenenti ad entrambi i generi.
L’educazione è prima di tutto esempio e se l’esempio è parziale, come nel caso dell’insegnamento quale professione ormai prettamente femminile, l’apprendimento è limitato. Si perde la possibilità di riconoscersi e confrontarsi con un ruolo maschile al di fuori del contesto familiare, in un ambito – quale quello scolastico – che dovrebbe fornire il più possibile stimoli e possibilità di confronto.
Nel perseguire un modello di società più equa – e per equa intendo che offra ad ogni individuo la possibilità di sviluppare il suo massimo potenziale, indipendentemente dal suo genere, origine, condizione socio-economica e fisica – bisognerebbe combattere questi sbilanciamenti professionali e chiedersi come mai quasi nessuna ragazza scelga di fare l’elettricista o il camionista e parallelamente perché gli uomini fuggano dall’insegnamento – specialmente a livello di scuola dell’infanzia e primaria – e da altre professioni di cura.
Allo stesso modo bisognerebbe promuovere tra le ragazze la scelta di mestieri attualmente di dominio maschile per i cui nomi spesso non esiste neppure un corrispettivo femminile: fabbro, camionista, elettricista, falegname e così via.
Quale preconcetto esclude dal panorama delle possibilità di una ragazza queste professioni? Io credo che siano poche le professioni per le quali la forza fisica restringa totalmente il campo di scelta della donna, indipendentemente dalle sue personali caratteristiche. Ritenerla a priori inadatta, adducendo come ragione una sua presunta inferiorità fisica e debolezza, perpetua un’immagine di donna stereotipata.