Porno-(dis)amore

Da quando le relazioni sono diventate così frettolose, voraci, irrispettose?

Da quando non ci si può più prendere il tempo per conoscersi, apprezzarsi, affiatarsi ed amarsi? Il tempo per costruire quell’intimità, quella vicinanza emotiva che permette al sentimento di svilupparsi, che permette di riempire la distanza fisica in maniera naturale, che rende il toccarsi un’esternazione di tale legame, un desiderio di rivolgere verso l’altro il proprio affetto, di dimostrarlo con la fisicità.

Sembra non ci sia più il tempo per imparare ad amarsi, per desiderarsi, per riconoscersi.

L’altro si consuma in fretta, si banalizza il suo corpo e la sua unicità in un rapporto superficiale, genitale, distaccato. Non si attribuisce valore alla scelta di quella particolare persona, non si costruisce o merita l’incontro, non lo si basa su un’affettività ma sulla sola attrazione, vuota e seriale.

Non posso rispettare i tempi dell’altro, i tempi della conoscenza, devo necessariamente ottenere la soddisfazione del mio desiderio sessuale, senza rispetto, senza empatia, senza amore.

E’ un fastfood-love, un rapportarsi che ricalca la pornografia, l’uso e il consumo dell’altro senza relazione emotiva. Banalizza la sessualità riducendola a pura genitalità, togliendole la componente fondamentale fatta di sentimenti e di emozioni, quelli che rendono un tale incontro un momento di coinvolgimento totale, significativo, imprimibile nella memoria, degno.

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Adulto gregario

L’adolescenza, intesa come transizione tra l’infanzia e l’età adulta, sembra essersi dilatata indefinitamente. Delinearne i margini, sia di inizio che di termine, diventa sempre più complesso.

Troppo presto i bambini vengono investiti da conoscenze ed esperienze inadatte alla loro età, complesse da comprendere nella loro immaturità. Esse trasudano attraverso la televisione, i giornali, i compagni di scuola, le chiacchiere di adulti incuranti.

Alla contraddizione di questa precocità si associa il continuo ritardo nell’evolvere verso l’età adulta. Sempre più difficile definire l’individuo adulto, associarlo ad un’età, ad una condizione sociale e lavorativa, a delle caratteristiche ben definite, quali erano un tempo l’essere autonomi e responsabili.

L’adolescente beneficia del gruppo che protegge la sua identità in formazione, gli permette di nascondere le proprie fragilità, di trovare un appoggio altrove, una completezza che ancora gli manca.
La condizione risulta giustificabile fintanto che il soggetto non accumuli sufficienti esperienze che gli permettano di definirsi quale individuo unico ed inconfondibile, multisfaccettato e come tale solo superficialmente associabile ad un gruppo di appartenenza.

Nella maturità individuale ogni sfaccettatura si sviluppa in una moltitudine di rapporti ma non può sentirsi sazia all’interno di un unico e limitato gruppo. L’evoluzione costante, la maturazione e la crescita di consapevolezza determina la necessità di prendere distanze da quella condizione gregaria tipica dell’adolescente, che si riconosce nell’appartenenza e nel rifugio fornito dalla famiglia, nel gruppo di amici stereotipato e diffidente dell’esterno.

Questo passaggio, questo liberarsi dalle protezioni dell’adolescenza, che sono al contempo catene della propria libertà individuale di espressione, si allontana sempre più dall’orizzonte di realizzazione. Viene ritardato, temuto e osteggiato da quello stesso gruppo di appartenenza, che sia la famiglia o il gruppo amicale.

Si rimane così, a lungo, nella condizione di figlio e di giovane gregario, che dà significato al proprio essere e si esprime nella continua appartenenza ad un gruppo, da cui è difficile distinguere un’unica individualità. Se la realtà lavorativa e abitativa del giovane (e non necessariamente giovane) lo permette, egli rimane ancorato – ovvero limitato – in quell’eterna adolescenza.

Non potendo evolvere verso lo status di individuo adulto conserva una limitatezza di azione e di pensiero, una delega della propria responsabilità riversandola in una responsabilità condivisa dal gruppo castrante, una responsabilità di azione e pensiero che nel gruppo si alleggerisce, non viene presa in carico da alcun individuo in particolare ma suddivisa senza poterne individuare un’unica fonte. Essa rimane così in un altrove che non riguarda l’adulto gregario, il quale usufruisce indefinitamente di quella protezione, inconsapevole della sua limitatezza.

Bella, a modo mio

Cammino per strada, a volte indossando abiti sformanti, coprenti, non alla moda. Mi interessa poco l’effetto che esercito sugli altri, mi piace guardare il mio riflesso e sentirmi a mio agio, trovare un bello tutto mio personale.

Cercare dei vestiti che mi piacciano sembra un’impresa titanica. Difficile trovare qualcosa che non mi faccia diventare anonima, una comparsa tra le tante vestite in modo simile.

La moda cambia e in modo conformista ci si adatta al nuovo ideale estetico, indossando capi che fino a qualche anno prima non avremmo mai preso in considerazione. Guardandosi attorno è facile scorgere gruppi di ragazze vestite in modo simile, che ricalcano – involontariamente ed inconsciamente – modalità ed atteggiamenti che si inseriscono in quella cornice culturale, della moda del momento.

Malgrado le resistenze, non rimanerne contagiate, ignorare la tentazione di diventare un corpo anonimo tra tanti anonimi, si trasforma in un’affermazione quotidiana e testarda, una presa di posizione che richiede la digestione continua di critiche sul proprio aspetto, sul proprio atteggiamento, sul proprio essere femminile.

Parlo di donne perché non ho mai potuto sperimentare come possa essere l’altra prospettiva.

Pare che ci sia un solo modo per essere donne, un modo stereotipato, che banalizza i gesti, li ingessa in atti di estrema delicatezza e perduta spontaneità. Un insieme di interventi costruttivi di un’apparenza predeterminata, seduttiva per imposizione, in una corporeità lontana spesso dal proprio essere interiore. Interiorizzare la propria, autentica, unica idea di bellezza diventa un momento di auto-affermazione, una conquista faticosa eppure necessaria a valorizzare il seducente individuale di ogni donna, quel bello unico e non imitabile che la rende un volto ben riconoscibile, un corpo vissuto, una presenza non sostituibile.

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Chi ultimo arriva peggio alloggia

La tacita richiesta insita nelle discussioni e nei provvedimenti della nostra Repubblica è quella di accettare che la propria condizione di ultimi arrivati, e quindi svantaggiati, sia inevitabile e da subire con accondiscendenza.

La condizione di ultimo arrivato può toccare a chiunque, si può diventare ultimo a qualsiasi età. Da bambini quando si comincia il proprio percorso scolastico, da studenti in balia di riforme e controriforme, da neodiplomati ad affrontare il mondo universitario e lavorativo, da disoccupati e in cerca di un nuovo impiego, da lavoratori alla soglia della pensione.

Ebbene si, questa la moltitudine di persone che affronta quotidianamente il danno e la beffa di essere l’ultimo arrivato e di trovarsi a rosicchiare le croste di chi per anni ha avuto l’intera forma di formaggio e l’ha divorata senza criteri né lungimiranza.

Ci si ritrova così ad avere un sistema scolastico sempre più in crisi, povero di risorse e costituito da docenti precari. Un’università sempre più costosa, sempre meno accessibile, che offre sempre meno possibili sbocchi lavorativi. Assunzioni lavorative con sempre meno garanzie, peggio pagati e con contratti a dir poco precari. Una pensione sognata per decenni, mentre si guardava i colleghi più anziani conquistarla per una manciata di anni, a cui si arriva sempre più tardi e con sempre meno certezze.

E le discussioni politiche continuano a proporre questo modello, del chi ultimo arriva peggio alloggia, come se il paese avesse per anni fatto debiti sugli ultimi e ci si ritrovasse ora, all’improvviso, a pagarli tutti e con gli interessi.