Chi ultimo arriva peggio alloggia

La tacita richiesta insita nelle discussioni e nei provvedimenti della nostra Repubblica è quella di accettare che la propria condizione di ultimi arrivati, e quindi svantaggiati, sia inevitabile e da subire con accondiscendenza.

La condizione di ultimo arrivato può toccare a chiunque, si può diventare ultimo a qualsiasi età. Da bambini quando si comincia il proprio percorso scolastico, da studenti in balia di riforme e controriforme, da neodiplomati ad affrontare il mondo universitario e lavorativo, da disoccupati e in cerca di un nuovo impiego, da lavoratori alla soglia della pensione.

Ebbene si, questa la moltitudine di persone che affronta quotidianamente il danno e la beffa di essere l’ultimo arrivato e di trovarsi a rosicchiare le croste di chi per anni ha avuto l’intera forma di formaggio e l’ha divorata senza criteri né lungimiranza.

Ci si ritrova così ad avere un sistema scolastico sempre più in crisi, povero di risorse e costituito da docenti precari. Un’università sempre più costosa, sempre meno accessibile, che offre sempre meno possibili sbocchi lavorativi. Assunzioni lavorative con sempre meno garanzie, peggio pagati e con contratti a dir poco precari. Una pensione sognata per decenni, mentre si guardava i colleghi più anziani conquistarla per una manciata di anni, a cui si arriva sempre più tardi e con sempre meno certezze.

E le discussioni politiche continuano a proporre questo modello, del chi ultimo arriva peggio alloggia, come se il paese avesse per anni fatto debiti sugli ultimi e ci si ritrovasse ora, all’improvviso, a pagarli tutti e con gli interessi.

Il lavoro mortifica l’uomo

Ebbene sì, il saggio motto “Il lavoro nobilita l’uomo” sembra giunto inesorabilmente ad un vicolo cieco. Svuotato di senso e di significato è ora diventato il suo opposto.

Il lavoro ha smesso di essere mezzo e luogo di autorealizzazione, sviluppo personale, sperimentazione, apprendimento ed evoluzione, oltre che fonte di guadagno e sostentamento.

E’ ora diventato luogo di umiliazione e mortificazione, neppure più giustificato da un guadagno. Si lavora per due soldi o nessun soldo, muniti di titoli e professionalità ci si piega a condizioni di precarietà, illegalità e frustrazione. Unica scelta possibile se non si vuole rinunciare ad esercitare quelle competenze acquisite in anni di studi.

Ci si mette in fila con gli altri, una fila dove la maggior parte abbassa la testa e accetta quel che gli concedono senza lamentarsi. In fondo fare gavetta è giusto, si ripetono per autoconvincersi. E intanto gli anni passano senza essersi mai resi davvero indipendenti o vivendo di lavoretti che non permettono di costruirsi la serenità di cui ognuno ha bisogno.

Si perde di vista il motivo essenziale per cui si lavora. Lavorando si rinuncia a diverse ore settimanali del nostro tempo per poterne avere altre in cui essere davvero liberi. Di fatto quelle altre ore rimangono limitate, imprigionate, povere di mezzi, mortificate.

Una generazione confusa, delusa ed inutilizzata

Alcuni l’hanno soprannominata generazione Y o GYPSY,  la generazione dei nati negli anni ’80 e ’90, cresciuta in un clima ottimistico, di grandi aspettative e di generale benessere.

Gen GYPSY 

Rimpolpati da genitori che hanno ottenuto un buon livello di vita, sono stati educati all’essere ambizioni, al perseguire obiettivi di alto livello. Una generazione che fin dalla più tenera infanzia si è creduta speciale, aspirando a posizioni di successo, guadagno e agio.

Ovviamente tutto questo non veniva preteso senza sforzi e impegno. Gli è stato insegnato che studiando, mostrando il proprio valore e costruendosi un curriculum invidiabile avrebbero raggiunto quel che i loro padri solo potevano sognare. Professioni di nicchia, una volta per pochi, sono state per la prima volta considerate raggiungibili: pilota, astronauta, architetto ecologista, scrittore, archeologo, per dirne alcuni. Professioni da sognatori, per pochi fortunati e sperabilmente meritevoli.

Da ben distinguere dall’avere dei sogni nel cassetto, leciti e per i quali è giusto investire energie. In questo caso si parla del perseguire obiettivi che non sono alla propria portata, per una mera convinzione di superiorità non riscontrabile nella realtà circostante.

E così, una generazione cresciuta sognando in grande si trova a vivere in piccolo, in un mondo mutato, complesso e in recessione. In cambiamento continuo verso scenari imprevedibili, in un clima di irrequietezza e mutevolezza incomprensibile, fuori controllo.

Una generazione senza senso pratico, dipendente, senza dignità. Dove c’è chi spesso preferisce un non lavoro, rimanendo coccolato a casa con mamma e papà, ad un lavoro che non considera alla sua altezza, in cui non si sente valorizzato ed elogiato come si aspetterebbe.

E’ in atto una silenziosa guerra intergenerazionale in cui i giovani, sempre meno giovani, si arrendono ad una condizione di esodati ancor prima di essere assunti. Dopo anni di studi universitari stimolanti, in un ambiente di festa, culturalmente arricchente e totalmente distaccato dal mondo lavorativo, si ritrovano preparati per posizioni lavorative inutili nella realtà al di fuori di quella universitaria, una realtà contro cui sbattono dolorosamente, costretti a rivedere tutto il loro bagaglio di sogni, aspirazioni e aspettative idealiste.

Dall’altro lato la generazione dei genitori, delusa nel vedere che gli investimenti per un potenziale futuro prospero hanno portato a scarsi risultati e che sentendosi colpevole protegge, asseconda, accetta la pigrizia di una generazione che non vuole fare da sé, che rimane dipendente, pretende che quelle promesse di bambino vengano mantenute.