L’identità collettiva vacante

Sabato pomeriggio. Bologna, Piazza Maggiore.

Un uomo, uno sgabellino, dei quotidiani e qualche libro.

Una folla casuale si raduna. Alcuni passanti incuriositi si fermano. Molti indugiano per ascoltare, qualcuno interviene, molti osservano per qualche istante e poi si allontanano.

 

Il mediatore conduce un dibattito. Propone un nuovo risorgimento, un risorgimento di popolo, per liberarsi dall’oppressione di quella che definisce una dittatura mascherata da repubblica.

Gli interventi si susseguono, si accavallano, sovrappongono. Alcuni sono inerenti altri poco azzeccati. Per molti non c’è abitudine all’ascolto né al ribattere rispettoso.

Emerge un leitmotiv che stranamente non è l’insoddisfazione nei confronti dell’attuale situazione economica e politica. Quello è il motivo per cui la folla si raccoglie. Ma il problema che appare a tutti evidente è la totale assenza del senso di comunità e collettività, la prevalenza degli interessi del singolo sul bene comune, della sopraffazione sul senso di cittadinanza.

 

Italia, paese diviso, paese corrotto dove il malaffare è cosa di tutti. Dei politici, delle caste e soprattutto del cittadino qualunque. Appare integrato nella cultura, sembra uno dei pochi elementi che tristemente ci accomuna.

 

Costruire per prima cosa un noi, un senso di appartenenza, che conduca ad un’azione collettiva e condivisa è l’obiettivo. Per ora rimane solo l’utopia di una ristretta e confusa massa casuale di passanti, dalle visioni avveniristiche catastrofiche eppure preoccupantemente realistiche.

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