L’identità collettiva vacante

Sabato pomeriggio. Bologna, Piazza Maggiore.

Un uomo, uno sgabellino, dei quotidiani e qualche libro.

Una folla casuale si raduna. Alcuni passanti incuriositi si fermano. Molti indugiano per ascoltare, qualcuno interviene, molti osservano per qualche istante e poi si allontanano.

 

Il mediatore conduce un dibattito. Propone un nuovo risorgimento, un risorgimento di popolo, per liberarsi dall’oppressione di quella che definisce una dittatura mascherata da repubblica.

Gli interventi si susseguono, si accavallano, sovrappongono. Alcuni sono inerenti altri poco azzeccati. Per molti non c’è abitudine all’ascolto né al ribattere rispettoso.

Emerge un leitmotiv che stranamente non è l’insoddisfazione nei confronti dell’attuale situazione economica e politica. Quello è il motivo per cui la folla si raccoglie. Ma il problema che appare a tutti evidente è la totale assenza del senso di comunità e collettività, la prevalenza degli interessi del singolo sul bene comune, della sopraffazione sul senso di cittadinanza.

 

Italia, paese diviso, paese corrotto dove il malaffare è cosa di tutti. Dei politici, delle caste e soprattutto del cittadino qualunque. Appare integrato nella cultura, sembra uno dei pochi elementi che tristemente ci accomuna.

 

Costruire per prima cosa un noi, un senso di appartenenza, che conduca ad un’azione collettiva e condivisa è l’obiettivo. Per ora rimane solo l’utopia di una ristretta e confusa massa casuale di passanti, dalle visioni avveniristiche catastrofiche eppure preoccupantemente realistiche.

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Uomini maestri, donne elettriciste

Voglio cominciare questo blog con un argomento che mi sta particolarmente a cuore: l´influenza del genere nella scelta del percorso professionale.
Tempo fa alcune università avevano messo a disposizione delle borse di studio per incentivare l’iscrizione delle ragazze a facoltà tecniche o scientifiche. Mi chiedo come mai lo stesso non sia stato fatto per i corsi di laurea che formano i futuri insegnanti.
E’ ben noto e sotto gli occhi di tutti che da decenni il mestiere di insegnante è dominato dalle donne. Trovo che una tale situazione svilisca la professione, non perché le donne non siano educatrici efficaci ma perché rispecchia un’idea di insegnamento quale professione part-time che permette di conciliare vita lavorativa e familiare prima che di importante ruolo formativo e di guida per le nuove generazioni. Inoltre, una maggioranza femminile nell’insegnamento crea un binomio pericoloso donna-accudimento esimendo (e giustificando) l’uomo nella sua assenza, come se tali compiti non gli appartenessero per natura.
Come può essere affidato un tale compito solo e quasi esclusivamente alle donne? Credo si stia facendo un errore di fondo non fornendo ai giovani studenti la possibilità di relazionarsi con figure autorevoli dedite all’insegnamento e appartenenti ad entrambi i generi.
L’educazione è prima di tutto esempio e se l’esempio è parziale, come nel caso dell’insegnamento quale professione ormai prettamente femminile, l’apprendimento è limitato. Si perde la possibilità di riconoscersi e confrontarsi con un ruolo maschile al di fuori del contesto familiare, in un ambito – quale quello scolastico – che dovrebbe fornire il più possibile stimoli e possibilità di confronto.
Nel perseguire un modello di società più equa – e per equa intendo che offra ad ogni individuo la possibilità di sviluppare il suo massimo potenziale, indipendentemente dal suo genere, origine, condizione socio-economica e fisica – bisognerebbe combattere questi sbilanciamenti professionali e chiedersi come mai quasi nessuna ragazza scelga di fare l’elettricista o il camionista e parallelamente perché gli uomini fuggano dall’insegnamento – specialmente a livello di scuola dell’infanzia e primaria – e da altre professioni di cura.
Allo stesso modo bisognerebbe promuovere tra le ragazze la scelta di mestieri attualmente di dominio maschile per i cui nomi spesso non esiste neppure un corrispettivo femminile: fabbro, camionista, elettricista, falegname e così via.
Quale preconcetto esclude dal panorama delle possibilità di una ragazza queste professioni? Io credo che siano poche le professioni per le quali la forza fisica restringa totalmente il campo di scelta della donna, indipendentemente dalle sue personali caratteristiche. Ritenerla a priori inadatta, adducendo come ragione una sua presunta inferiorità fisica e debolezza, perpetua un’immagine di donna stereotipata.